territorio storia arte cultura ambiente turismo
RaiRo.it RaiRo.it
italiano
English
ambiente
biologia marina
carsismo
crimini
fauna
flora
minacce
riferimenti
ambiente

Piane scabre battute dal vento ove la cotica carsica lascia vivere piante della pseudosteppa dal portamento rachitico; distese di ulivi secolari coi loro tronchi nodosi, aggrovigliati e figurativamente segnati dal sostrato severo di una roccia ingrata, durissima, che visualizzano la difficoltà dell'interagire con il morso dell'aridità sempre incombente; manti feraci di suoli domati, recuperati alle colture espressivamente rappresentate dalla provvida vite, autentico vessillo del lavoro sapiente e accorto dell'industre contadino: questo è il Salento.

mare pulito nel SalentoMuretti a secco finemente costruiti e assaliti dal perastro, dal mirto e dall'alaterno, dalle ramaglie del leccio e della quercia spinosa, che accolgono dimore di rettili, insetti e microfauna scacciata dall'intensività delle produzioni agrarie; masserie dalle molteplici soluzioni architettoniche, fortificate o munite di semplici accorgimenti per la difesa, con i loro annessi rustici, nobili (colombaie turrite) o, più propriamente, funzionali (ovili, aie, palmenti e frantoi oleari, anche in grotta); ville pretenziose di una aristocrazia della terra che ha materializzato la ricchezza avita e casini per la villeggiatura dei "galantuomini", borghesi imitatori di blasonati latifondisti: questo è il Salento.

Filamentosi arenili un tempo orlati da monticelli di sabbia ricoperti da un trionfo di psammòfite oggi in parte conservatisi specie lì dove la repulsività dei suoli (e meno la lungimiranza degli uomini) ha bloccato il dilagare delle "seconde case"; poverissima oggi di superfici silvane - in un recente passato all'opposto i boschi di querce . formavano vaste "foreste" - e in tutto priva di corsi d'acqua degni di questo nome, offre un attrattivo litorale, peraltro cementificato specialmente nei suoi lunghi tratti sabbiosi (è sotto gli occhi di tutti l'irrimediabile guasto ambientale prodotto dalle sfilacciate "vacanzapoli", cresciute in tutta fretta a pochi metri dalla battigia: sulle dune così appiattite e privatizzate); coste precìpiti che formano incantevoli spiaggette dialoganti col ritorno disordinato dell'onda respinta dagli scogli; falesie superbe e inaccessibili, anfrattuose, ricche di grotte, ricetto preistorico: questo è il Salento.

Deboli alture colonizzate dalla mano esperta del "faticatore", "architetto" della pietra tolta dal campo e ammucchiata nei siti più eminenti (le "specchie"); profonde incisioni del banco roccioso, vere e proprie "gravinelle" che fendono le "serre" (le nostre collinette), rinvianti all'incessante lavorìo delle acque, ai letti fossili di antichi "fiumi", al presente sedi di popolamenti floristici rari ed emozionanti; speciosi inghiottitoi (le vore) che smaltiscono le acque di pioggia autunnali, inusitati cunicoli di un verde esaltante che ha tappezzato pareti che ospitano un tripudio di essenze sciàfile (che si nutrono d'ombra): questo è il Salento.

Macule boschive, relitti delle medioevali "foreste", porzioni di macchia alta e murata, "incistate" tra i coltivi, chiuse allo sguardo svagato, eleganti tesori della boscaglia mediterranea; bassure pantanose circondate dalle cannucce, acquitrini e paludi residuo di uno sconfinato universo di "acque vagabonde", ora sede dell'avifauna di passo (l'Oasi naturalistica delle "Cesine"); canali e bacini, figli delle opere della bonifica idraulica, le uniche, improprie, "vie delle acque" di una sub-regione solo superficialmente povera dell'idrico umore (ma galleggiante su veli freatici gorgoglianti nei fondali dei due mari): questo è il Salento.

paesaggio salentino

photo: fotoclub L'Occhio

Quanto altro ancora è quest'estrema partizione orientale della penisola pugliese... Essa racchiude in sé elementi fisici e antropici sapientemente miscelati. Basti pensare agli angoli di natura conservati per l'intelligente fruizione che ci hanno consegnato generazioni di "formiche vestite di stracci": quei coloni e affittuari, enfiteuti e braccianti, che si sono spesi per edificare un paesaggio domestico ma rispettoso di quello che noi oggidì diciamo - con dotti termini - "sistema delle sostenibilità". Allorquando la fame di terra spingeva i contadini a diboscare non si è verificato lo scempio ambientale. Le necessità del vivere, se pure hanno condotto alla sparizione dei mantelli boschivi, inevitabilmente, hanno - dall'altro lato - comportato il rinsaldamento dei versanti franosi delle serre; terrazzandone i fianchi acclivi - i nostri accorti predecessori - li hanno protetti; portandovi - a spalla - la terra rossa li hanno fatti fruttificare. Ne abbiamo molteplici esempi nella esaltante costiera tra "Porto Badisco" e Leuca. Qui, percorrendo la scenografica Litoranea Salentina - una strada che di per sé è una meta per l'escursionista curioso e rispettoso dell'ambiente - si possono ammirare gli olivi (e persino i ciliegi) impiantati in nicchie di suolo, in gradini, tra il precipitare dei costoni calcarei. Una cornice ridente di fichi d'India punteggia i siti meno inclinati delle pareti della costa del Capo leucadense: ed è uno spettacolo nello spettacolo! Siepi spinosissime - colorate di rosso e di giallo nel periodo tardoestivo - vivacizzano i paesaggi della scabrezza. Nei canaloni che fendono la linea di costa più affascinante di Terra d'Otranto - al "Ciolo" di Gagliano del Capo e al seno dell'"Acquaviva" di Marittima, per restare nel versante adriatico - si rinvengono stazioni di flora rupicola che rimandano all'opposta vegetazione epirota. Preziosissimi relitti floristici rendono unici questi habitat tra terra e mare che testimoniano vicende geologiche mioceniche; trionfi di Campanula versicolor, Scrophularia lucida, Centaurea leucadea e japigica donano gaiezza e serenità a posti scoscesi e suggestivi ove l'uomo ha pure trovato la forza di portare il segno del dominio sulla impervia e rugosa superficie: un olivastro, persino un timido pergolato appoggiato alla struttura litica dei tanti ripari rustici nostrani (casieddhi), fanno capolino in questi avamposti della presenza antropica.

Chi percorre, quindi, le strade della provincia leccese e si lascia portare dal gusto della scoperta non rimane deluso. Specie nelle aree interne si assaporano micro-paesaggi rurali che sono la cifra di una costruzione plurisecolare. Vagando nel territorio di Giurdignano - ad esempio - si entra nel vivo del megalitismo: qui, diversi menhir (o pietrefitte) e dolmen (monumenti funerari costituiti da lastre di pietra di supporto ad una di copertura) fanno bella mostra di sé assieme a masserie e "chiusure" (campi cinti da pietrame a secco).

Si respira veramente la bellezza della campagna, aulente e florida, gìrovagando nell'agro di Tricase. Ammireremo lo stupendo esemplare - vecchio, si dice, di più di seicento anni - di quercia vallonea lungo la strada per il Porto. Scarrozzando nei sentieri del feudo di Scorrano - nel cuore del Salento leccese - ci fermeremo a visitare i "tuorli d'uovo" dei querceti inglobati nei coltivi. In quel di Cutrofiano - nella elettrizzante tabularità paesistica che nasconde il tesoro minerario delle sue cave a galleria - seguiremo il corso, lambito da un bosco lineare di canne palustri, dei fossi di deflusso delle piovane: e ci sembrerà di vivere un Salento inusìtato fatto di rigagnoli e terreni inzuppati (come lì abbiamo tra Veglie e Salice, a nord di Lecce). Girando nelle campagne di Frìgole (che appartengono al capoluogo) familiarizzeremo con l'impronta antropica della bonifica integrale d'età fascista e repubblicana. A "Borgo Piave" e- a "Borgo Grappa", vie poderali bordate di pini ed eucalipti conducono a case bipiano (le più vecchie, degli anni '30) e lineari (del tempo della Riforma fondiaria), che con la loro architettura funzionale rinviano all'età del dirigismo di Stato.

Ma quanto ancora resta da dire del Salento... Del suo mare e della sua costa. Di "Punta Pizzo" - che chiude bellamente il seno meridionale di Gallipoli - con la gariga intervallata da ampie distese erbacee substeppiche dominate dalla netta silhouette dell'omonima torre di vedetta; di "Punta Proscíutto", a Porto Cesàreo - nell'Arnèo che fu palustre e armentizio - della rigogliosa duna che, a nord e a sud della penisoletta rocciosa, corona uno dei litorali più belli di casa nostra; di "Pescoluse" di Salve, giù, nel "tacco", a due passi da "Capo S. Gregorio" (Patù), ove una mezzaluna sabbiosa, di finissíma rena, per l'appunto, muove uno scenario marittimo di intensa luminosità. E che dire - infine - del lembo merlettato di stupendi muretti calcarei della costa che da "Torre Squillace" porta a "S. Isidoro" di Nardò: qui la coltura scende sino al mare e i morsi della salsedine si fanno vedere sulle minuscole piantagioni. Siamo distanti solo pochi chilometri dall'altro capolavoro ambientale della provincia di Lecce: "Porto Selvaggio". E il pensiero va alle sue grotte di frequentazione neolitica, a "Uluzzo", all'insenatura ricca di acque dolci sgorganti dal basso fondale, alla superba pineta che ammanta la serra discendente, al belvedere che domina un braccio di mare cui fa da sentinella incanutita la scenografica torre di avvistamento saracena.

Questo è il Salento, terra di impasti sapienti, di identità comunitarie comunicanti con i paesaggi della fatica e del lavoro sapiente.

tratto da <aspetti del turismo salentino> a cura della CCIAA di Lecce