|
![]() |
![]() |
|
|
folclore
danze popolari e il boom della musica folk in Puglia e nel Salento
Pizzica, tammurriata, tarantelle, corsi di balli popolari tenuti qua e là, insegnanti che spuntano come funghi, maestri di tamburello sfornati come panini, gruppi di musica folk che nascono e muiono nel giro di qualche serata, ma anche piazze zeppe di giovani che ballano sotto il ritmo incalzante di danze antiche. Cosa sta succedendo in Puglia? Un grande interesse per il folk, non c'è dubbio, ma dai contorni indefiniti e dalle prospettive incerte, se guardiamo più in là, oltre l'abbaglio del momento e l'euforia di un successo che non sembra in grado di resistere all'ubriacatura di questi ultimi anni. Un fenomeno che coinvolge migliaia di giovani, decine di manifestazioni musicali, centinaia di musicisti e band, corsi e stage difficilmente censibili, appassionati e improvvisatori dell'ultima ora, sponsor e interesse dei media, operatori turistici, compensi da capogiro per le star della musica popolare e un buon fatturato di vendite. Ma anche, purtroppo, poca ricerca sulle tradizioni contadine e paesane. L'argomento ci è così sembrato degno di una ricognizione in loco, un viaggio cioè nelle aree di maggior diffusione del folk per capire ragioni e interrogativi di un fenomeno che da formidabile risorsa economica e culturale rischia di trasformarsi in una moda dal fiato corto. Una preoccupazione condivisa, tra Bari e provincia, da alcuni giovani ricercatori come Gimmy Stea, musicista di Bitetto: "Pochissimi gruppi fanno ricerca sul campo- spiega- e ancor meno quelli che la ricerca l'han fatta sul proprio territorio. Il repertorio, a parte qualche variante, è sempre lo stesso: cover dei Musicanova o della Nuova Compagnia di Canto Popolare o degli 'e zezi, qualche canto salentino facilissimo da reperire, jam session finale con una interminabile e improbabile pizzica pizzica".
I gruppi? "Tra Bari e provincia se ne possono contare una ventina fissi e tanti altri dalla vita breve, gruppi cioè nati e seppelliti dopo il concerto in un pub, formazioni messe insieme per l'occasione che si esibiscono per 25-50 euro". Il panorama non è esaltante. A parte i pochi casi di insegnanti che hanno imparato a ballare direttamente dalle fonti, cioè dagli anziani, pur in assenza di uno studio adeguato, la maggior parte ha solo frequentato qualche corso nei soliti due o tre locali baresi. Si nasce allievi e con poco si diventa insegnanti, in una parabola discendente che ha ingrossato le fila dei "maestri" a scapito della qualità e della reale conoscenza della tradizione. Il tutto in un clima di improvvisazione e fai-da-te, che certo non giova alla riscoperta del folk pugliese ed anzi rischia di trasformarlo in un fenomeno da baraccone. "Il mercato è saturo -continua Gimmy Stea- e i corsi sono diminuiti notevolmente". Esito, del resto, prevedibile di fronte a un prodotto, la musica folk, vissuto come consumo usa-e-getta e non già come valorizzazione della tradizione contadina pugliese attraverso la ricerca. Già, la ricerca etnomusicologica è la grande assente e questo ha portato ad un'assimilazione disinvolta tra danze diverse in un calderone che annulla e appiattisce stili, storie e tecniche esecutive. Sicchè pizzica e tammurriata, rispettivamente di origine salentina e campana, la fanno da padrone in tutte le feste, che poi sono gli stessi appuntamenti ove si ignorano altri stili molto più vicini alla tradizione del barese. E pensare che il panorama della musica popolare a Bari è piuttosto ricco (La compagnia dei musicanti, il gruppo Terre, gli Areantica, i Radicanto, i Rosa Paeda), gruppi consolidatisi anche con la produzione di alcuni CD, ma la ricerca sul campo nella nostra provincia resta ancora limitata, nonostante i segnali di inversione di tendenza che vengono dai Terrigenae di Bitetto, gli Uaragnaun di Altamura, i Cantaiatra di Molfetta. Ma l'interrogativo resta inquietante. E' solo moda? E' un fenomeno destinato ad un lento ma irrimediabile declino? Ieri il jazz o la musica irlandese, oggi la pizzica e la tammurriata e domani chissà cos'altro?
Se potete, fate un salto la sera di Ferragosto a Torrepaduli, nel sud leccese, durante la festa di San Rocco. Gli anziani, che in realtà sono gli ultimi depositari delle autentiche esecuzioni di danze e musiche centenarie, e dunque materiale prezioso per chi fa ricerca, sono scomparsi già da un paio d'anni. Orde di tamburellisti e ballerini vocianti hanno preso caoticamente il loro posto, invadendo letteralmente piazzette e spazi, prima destinati agli anziani, con modalità che ignorano tempi e spazi del mondo contadino a cui quelle danze appartengono. Il risultato è disastroso: la gente del posto non ha più la possibilità materiale di ballare la caratteristica danza delle spade, sospinta ai margini della festa da frotte di persone che eseguono, nella migliore delle ipotesi, balli che ormai hanno ben poco in comune con l'originaria pizzica salentina, ed anzi ne hanno stravolto passi e ritmi, quando non l'hanno addirittura assimilata a qualche dance da discoteca. Il quadro non cambia se ci spostiamo di poco, a Galatina, ove negli anni 60 l'etnologo napoletano Ernesto De Martino ha condotto i suoi studi sul tarantismo. La festa del 29 giugno presenta profili analoghi a quelli di Torerepaduli: i giovani che si accalcano sulla grande piazza simulano le mille varianti della pizzica, mentre a due passi la vecchia chiesetta di San Paolo, in cui le donne tarantate eseguivano il rito coreutico, mostra i segni di un abbandono ingiustificato. "E' evidente che uno dei pericoli in agguato è rappresentato dal risvolto commerciale che queste iniziative incarnano -precisa Loredana Viola del Centro sul tarantismo e costumi salentini di Galatina- alcune grosse manifestazioni musicali si configurano oggi come un grande business. Tuttavia la traduzione delle nostre risorse culturali in risorse economiche e turistiche resta un elemento positivo per il territorio". Un segnale di buon auspicio per il futuro che s'innesta nel nuovo corso che Galatina ha inaugurato fin dalla scorsa estate con una pattuglia di giovani, come Loredana Viola e Alessandro Mangia, certi che la riappropriazione della sua storia e della sua identità passi attraverso una ricerca seria e un cambio generazionale e di mentalità.
Il Salento oggi è un proliferare di sagre, feste, esposizioni e degustazioni di prodotti tipici, corsi e stage nelle scuole e in mano ai privati, un circuito turistico che va oltre la stagionalità, ma che deve fare i conti con i capricci del mercato e delle sue mode. E certo il Salento ha le potenzialità per scongiurare questa deriva, a cominciare dai suoi studiosi, Luigi Chiriatti, Pierpaolo De Giorgi, Paolo Pellegrino, Maurizio Nocera, Giorgio Di Lecce, per citarne alcuni. "Pur ritenendo che il fenomeno in parte sia moda, ci auguriamo che quando questa moda sarà passata, rimanga poi l'essenza di questo movimento, cioè il profondo e sincero attaccamento al nostro patrimonio culturale" conclude Loredana Viola. Ma i dubbi restano. Una conferma viene da Pino Gala, studioso di danze popolari da ventidue anni. Ha documentato decine di varianti di pizzica nel Salento, a conferma di una contaminazione che sta cambiando la natura stessa della danza salentina, relegandola in un repertorio destinato a finire nel dimenticatoio dopo la vulgata del momento. "Un certo grado di improvvisazione nell'offerta dobbiamo aspettarcelo. Se pensiamo alla pizzica dobbiamo dire che spesso ci troviamo di fronte a una danza lontana da quella ballata dagli anziani". La strada dev'essere un'altra: quella di preservare l'impianto autentico di ritmi e danze, luoghi, contesti storici e ambientali che possono alimentare itinerari turistici permanenti utili al territorio. L'alternativa è un business per pochissimi destinato ad esaurirsi presto e a lasciare il vuoto. Chi invece sembra essersi avvantaggiato del fenomeno folk è qualche artista calato nella nostra regione per rifarsi il look.
Un salto nel Gargano aiuterà a chiarirci le idee. Giungiamo a Carpino, entroterra garganico, sede del Carpino Folk Festival. Il paesino è riuscito a costruire, partendo proprio dai famosi cantori, un'occasione di rilancio economico e sociale. A una condizione, però. Quella di non farsi colonizzare dalle promesse di questo o quel cantautore. Un meccanismo di difesa che, dopo la discussa collaborazione con Eugenio Bennato, sta frenando la contaminazione modernista di canti e balli. I ritmi e le strofe dei cantori sono da anni materiale di ricerca etnomusicologica. Vi giungono negli anni 60, tra gli altri, Alan Lomax, Diego Carpitella, Roberto De Simone, Roberto Leydi. Il decennio successivo richiama a Carpino altri musicisti, ma i motivi di ricerca sembrano lontani. Nel '74 toccherà a Eugenio Bennato: ne seguirà un disco che contiene quattro brani da sempre cantati da Andrea Sacco, il più anziano dei cantori, ma il suo nome non comparirà. "Abbiamo alle spalle una storia di rapine. -commenta Peppino Di Mauro dell'Associazione Carpino Folk Festival- Tanti artisti hanno pubblicato canzoni di Carpino senza mai interpellare i cantori". Oggi la direzione del festival, e delle sue iniziative didattiche sulle tarantelle del Gargano, è nelle mani dei giovani di questa associazione, fedeli all'idea del suo ideatore, Rocco Draicchio, nel difendere le ragioni di un patrimonio inestimabile di musica e poesia. E ciò, nonostante le sirene di un mercato che vuole cambiare giungano intriganti fin dentro il paesino garganico. Se Carpino ha scelto di non essere terra di conquista e non cedere agli ammiccamenti di un facile successo, ha scelto di difendere la sua memoria. Certo che senza memoria non c'è futuro. autore: <Giulio Di_Luzio> |