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miti mamàu [uomo nero]

Il mamàu è un personaggio fantasma, senza volto e dalla figura imprecisata, che la fantasia popolare ha inventato e che tira fuori a scopo intimidatorio, per far smettere azioni dannose o pericolose oppure al contrario per sollecitare azioni necessarie e utili al bambino.

Il mamàu a volte si identifica in oggetti (coltelli, martelli), altre volte in animali (cani, lupi, vermi) chiamati a far spavento oppure infine persone (accattoni, vecchi, carbonai, gente con sacchi o bisacce,) che si incontrano e che vengono indicate al bimbo a riprova di quanto gli è stato raccontato.

Il Mamàu è una minaccia continua perché misteriosa e può mettere i bimbi nel sacco oppure mangiarseli. La voce del mamàu ha la caratteristica di incutere paura e corrisponde a voci cavernose emesse dagli adulti o a rumori casuali fatti ascoltare appositamente al bambino che associa al buio l'indefinibile immagine del Mamàu. Molti conflitti dell'infanzia hanno avuto origine dalle paure ingiustificate di questo tenebroso personaggio.

masciàra (macara) [fattucchiera]

La figura della masciàra assume un ruolo importante nelle tradizioni popolari. Era una sorta di strega-fattucchiera e si occupava di filtri e medicine ritenute magiche ma che, nella maggior parte dei casi, erano infusi o decotti d'erbe molto comuni. La masciàra era anche in grado, mediante opportuni massaggi e stiramenti nervosi, di ottenere ottimi risultati per distorsioni, lussazioni ecc..

La masciàra è in grado di far scomparire, con formule magiche e preghiere apprese dalla madre la notte di un venerdì santo lu nfàscinu (malocchio che si manifesta con un forte mal di testa, febbre, vomito. Lu nfàscinu viene esercitato per invidia, con sguardi e parole, da persone che sono iettatrici per costituzione oppure per occasione.

Per tradizione popolare ci sono delle precauzioni che si possono prendere contro il malocchio.
Quando il bambino è in fasce, si mettono medagliette di santi, nastrini benedetti, cornetti. Il malocchio inizia ad agire con malesseri inspiegabili che, se non sono interrotti con i dovuti scongiuri e l'individuazione dell'artefice, portano al dimagrimento e, talvolta, alla morte. Per questo viene chiamata con urgenza la masciàra, la quale prende una bacinella piena d'acqua ed una tazzina di olio; immerge un dito nell'olio e lo avvicina per tre volte, gocciolante, al catino. Le tre gocce che cadono vengono esaminate: se si sciolgono disperdendosi nell'acqua, il malocchio non c'è. Se invece si raggruppano al centro del recipiente, fino a formare un grosso occhio (occhiu de fica), è sicuramente malocchio, che va "accecato" con dei chicchi di sale.
Oltre che con l'olio, lo scongiuro viene praticato usando dei chicchi di grano: si prende una bacinella d'acqua, si gettano nell'acqua nove chicchi e, ad ogni chicco, si fa il segno della croce mormorando

Doi occhi te ndocchiàra,
doí santi h'hannu jutàre.
Due occhi ti adocchiarono,
due santi ti devono aiutare.

Così facendo si ha la possibilità di individuare lo iettatore che è di sesso maschile se il chicco è in posizione verticale nell'acqua; se invece galleggia orizzontalmente è di sesso femminile.
La pratica si sospende solo quando i chicchi vanno a fondo. La quantità di chicchi galleggianti indica la gravità del malocchio.

scjakùddhi (carcalùru, lauru, monacizzu, scazzamurièddhu, uru) [elfo dispettoso]

Lu scjakùddhi altro non è se non il dairnon dei greci, oppure l'incubo dei latini che durante la notte si sedeva premendo sullo sterno, impedendo la respirazione e provocando brutti sogni. Poteva essere ora tormentatore degli uomini, ora benefico. Lu scjakùddhi era descritto come un essere molto basso, ancora più piccolo di un nano, con un cappello rosso a sonagli in testa e ben vestito. Era un folletto tra il bizzarro e l'impertinente, cattivo con chi l'ostacolava o svelava le sue furberie, benefico con chi gli usava tolleranza.

Bazzicava volentieri le stalle dove spesso si innamorava della cavalla o dell'asina che meglio gli garbava, l'assisteva e l'accarezzava, nutrendola della biada sottratta alle compagne o alle stalle vicine e intrecciava code e criniere, quando i cavalli non gli permettevano di mangiare la biada con loro. Lu scjakùddihi era il dio tutelare dei frantoi di olio, specie di quelli ipogei sua stabile dimora. In passato, quando nelle fredde serate autunno-vernine si vedevano esalare fumi dai fori sovrastanti il frantoio si pensava allo scazzamurièddhu che veniva considerato come il benefattore dei poveri e il folletto del focolare domestico. Spesso, si immaginava che fosse l'anima di un morto, che non aveva ricevuto i sacramenti.

stiàra [strega]

La stiàra (strega) è una figura femminile che incute un certo timore; spesso viene identificata in un grosso gatto nero che di notte vaga sui tetti ìn cerca di bambini cattivi da rapire.

La stiàra di giorno è una donna normale, a volte felicemente sposata con un ignaro marito, ma che, allo scoccare della mezzanotte, si alza furtivamente, fa bollire certi intrugli in un pentolone e poi, dopo essersi unta con questi intrugli le piante dei piedi, le ginocchia, i palmi delle mani e la fronte, pronunzia la formula magica:

De subbra a scorpi,
de subbra a pariti,
sutta lu noce
me mina lu vientu.

Da sopra ai rovì,
da sopra ai muretti,
sotto il noce
mi porta il vento.

A questo punto la donna si trasforma in un grosso gatto nero e si ritrova, come d'incanto, sotto un grosso albero di noce in compagnia di altri dodici gatti neri con i quali si lancia in una danza sfrenata attorno ad un albero. Dopo la danza, i gatti (le stiàre) vagano per il paese in cerca di bambini cattivi da punire o di adulti con i quali vendicarsi. Spesso, il giorno dopo, le stiàre portano sul corpo i segni delle scorribande notturne e, per giustificarsi con i parenti, sono costrette a raccontare fantasiose bugie.

De le stiàre ete ogni nuce
dhunca la luna mai nu lluce
né de notte a nuddha ura
se tegna luntanu ogni creatura

Delle streghe è ognì noce
dove la luna mai risplende
né di notte a nessuna ora
si tenga lontano ogni creatura

autore: <Raimondo Rodia>