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i messapi
la dodecopoli messapica
Galatina: Galathena, Galàthinon, Galathina
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Riportava il De Giorgi nei suoi "Bozzetti sulla Provincia di Lecce" che Galatina vantava il primato fra le città salentine, sia per cultura, produzione agricola, popolazione, vastità di abitato e sia per monumenti. Lo stesso autore descriveva, ammirato, il panorama intorno alla città, che era cinta da una vegetazione rigogliosa di frutteti, di orti e di giardini, dai quali essa ritraeva gran parte della sua ricchezza. Ciò spiegava, a suo parere, l'accrescimento rapido di Galatina in soli quattro secoli, mentre il vicino paese di Soleto, alla contea del quale essa fu soggetta, al tempo degli Orsini, era rimasto pressoché stazionario come nel secolo XV.
Riguardo alle origini di questa città, egli asseriva che esse erano comunque oscure e non rivelate né da documenti di antichi scrittori, né da resti monumentali. Occorre affermare che le sporadiche scoperte archeologiche e le pochissime testimonianze riportate dalle epigrafi, che sono venute alla luce negli ultimi tempi, non sono bastate a dare un quadro ben definito della facies messapica galatinese. L'illustre professor Cavoti, che tanto amò l'archeologia e dedicò il suo interesse alla scoperta di importanti realtà paleocristiane, avrebbe certamente soddisfatto il suo desiderio di conoscenza sull'antico passato di Galatina se avesse potuto osservare da vicino tracce indelebili delle sue vetuste origini storiche.
È certo che dall'Ottocento ad oggi, molte importanti scoperte sono state fatte nel Salento. I numerosi rinvenimenti archeologici hanno gettato luce non solo sulla cronologia storica dell'età japigia, svelando importanti aspetti della civiltà messapica, prima sconosciuti, ma anche sulla lingua degli stessi Messapi, grazie agli studi di grandi studiosi come Francesco Ribrezzo, Vittore Pisani, Oronzo Parlangeli, Ciro Santoro e l'attuale ricercatrice Maria Teresa La Porta, docente presso l'Ateneo barese.
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Il Ribrezzo argomentava che il messapico, come gli altri dialetti dell'antica Italia, non poté superare la concorrenza letteraria, civile e politica del greco e del latino; perciò esso rimaneva una kultursprache (una lingua che apparteneva alla cultura di un determinato popolo). L'antico idioma salentino non raggiunse un livello di evoluzione tale da essere paragonato ad una lingua colta del tempo, ma lo stesso Ribrezzo sosteneva che anche se il messapico non rientrava nelle lingue letterarie parlate da Ennio di Rudiae, le lunghe iscrizioni di contenuto civile e politico erano da considerarsi espressione della lingua ufficiale di una nazione e di uno stato, quello quindi della Confederazione Messapica.
L'antico insediamento di Galatina faceva parte di quella realtà storica; il suo territorio si trovava al centro dell'antica Sallentina e avrà rivestito certamente un'importante funzione strategica in seno alla Dodecapoli Messapica. É pur vero, comunque, che non sono state trovate finora importanti tracce delle sue vestigia, ma ciò non può escludere che ce ne siano nel suo sottosuolo.
È probabile che non ci sia stata l'opportunità, né l'interesse precipuo, ad andare in fondo a specifiche ricerche che avrebbero potuto arricchire la città di nuovi capolavori artistici e monumentali.
Giacomo Arditi offriva, comunque, importanti interpretazioni sulle origini storiche di Galatina, delineandone gli aspetti etnici, culturali, ambientali e anche leggendari che caratterizzarono la sua grande area territoriale che fu meta di immigrazioni provenienti dal vicino Oriente.
Egli citava il Casotti che nei suoi Opuscoli di Archeologia asseriva che l'antica città si trovava a due chilometri a settentrione da quella attuale, nel luogo che ancora oggi é denominato Galatini, ed il Galateo che nel De Situ Japigiae riportava che la sua collocazione originaria era da rinvenirsi nello stesso centro abitato cinquecentesco. A prova della messapicità di Galatina, essi consideravano il fatto che i suoi abitanti avevano presero parte all'insurrezione messapico-salentina contro i Romani nel 212-211 a.C., prima di essere sottomessi nel 209 a.C. da Quinto Fabio Massimo che spense ogni speranza di indipendenza per i popoli dell'antica Sallentina. La levata di scudi contro i nuovi conquistatori dell'Urbe fu fatale per i Messapi che conobbero le amare conseguenze della loro sfortunata scelta di campo.
Avendo appurato l'autenticità dell'antico territorio galatinese, lo stesso Arditi si interrogava sulle sue origini remote, riportando le varie ipotesi che aveva appreso da altre fonti.
Egli scriveva che qualcuno la vedeva fondata da Vidomaro, capitano dei Galli, altri dai Tessali che le avevano attribuito il nome della loro città d'origine, Galathena o Kalathena, altri da immigrati della Galizia, regione dell'Asia Minore, altri ancora la collegavano a Galata, figlia di Teseo, re di Atene, o ad una colonia di Ateniesi al seguito di Lizio Idomeneo. Un'altra interpretazione portava a considerare un antico insediamento distrutto nei pressi di Soleto, denominato Kalliai, i cui abitanti avrebbero poi fondato la mitica Sallentia e la nuova città di Galathena. L'Arditi, come prima di lui il De Ferraris, sostenevano la tesi dell'origine tessalica sia dell'insediamento di Galatina sia di quello di Galatone, considerando valida la loro appartenenza ad una sola etnia di immigrati, sulla base della corrispondenza toponomastica fra le città salentine suddette e quella d'origine della Tessaglia.
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In quell'epoca, diverse comunità tribali attraversarono il Canale d'Otranto ed approdarono lungo le coste della Japigia. Esse provenivano non solo dalle regioni elleniche insulari e continentali ma anche dall'Epiro, dalla Bassa Illiria, la Dalmazia, la Macedonia e la Tracia. Alcuni autori moderni hanno sostenuto che tre grandi correnti migratorie, costituite da Cretesi, Illiri e Locresi caratterizzarono in un lungo periodo la stratificazione etnica dell'antico Salento, che, a mio parere, conobbe un ben più vasto fenomeno immigratorio nei vari secoli antecedenti la colonizzazione romana.
L'Arditi è comunque più dettagliato nell'affermare che la terra d'origine del popolo che colonizzò questa zona del Salento era il territorio di Janna, che attualmente corrisponde all'incirca alla provincia epirota di Joannina, un'area molto frequentata nell'era arcaica per la vicinanza di Dodona (sede del famoso tempio di Zeus) e per la salubrità del luoghi. Nei pressi, infatti, si trovano l'antico insediamento di Klimatia ed il Limni Ioanninion, il lago che prende il nome dalla città limitrofa.
Il toponimo Galathena, secondo lo stesso autore, fu derivato dall'etimo greco gala-gàlactos (latte), perché la zona intorno era ubertosa di pascoli e di latticini. La ricchezza di allora consisteva, infatti, in armenti e prodotti naturali.
Come si può costatare Galatina fu considerata da diversi autori un insediamento messapico. Essa non fu probabilmente una città autonoma con moneta propria, ma una realtà abitativa che senz'altro fu parte integrante di una compagine culturale molto più ampia che abbracciava l'intero Salento.
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Per quanto riguarda le antiche medaglie che si suppone siano state ritrovate in zona con la testa di Minerva da una parte e dall'altra con l'iscrizione greca GALA THINON, l'Arditi riportava, in accordo con il Maggiulli, che non potevano essere ascritte con affidabile certezza al luogo e al periodo storico descritto.
Nel Corpus Iscriptionum Messapicarum, il Ribrezzo, dissertando su l'antico toponimo di Gàlatas, riferiva dell'insediamento messapico posto in una zona intermedia tra Galatina e Galatone. Egli collegava la città ai Calabri o Galabri (gli illirici Galàbrioi) che, secondo il Capovilla, si insediarono in alcune zone del Salento centro orientale in una fase successiva alla vera e propria immigrazione illirica. Essi facevano parte di una stessa fratria (grande tribù) denominata Gala, nome mitico di una stirpe, che attraversò lo stretto adriatico per approdare a Otranto e poi spostarsi verso Fratuentum e Soleto per finire a fondare una città nel luogo suddetto.
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Se interessanti potrebbero essere le ipotesi sulla nascita del centro messapico di Galatina, suggestive sarebbero le sue connessioni con una certa ritualità religiosa che avrebbero interessato un più vasto territorio salentino che includeva non solo Sallentia ed i suoi dintorni ma anche una parte della fascia paracostiera. Il triangolo Dizos-Hydruntum-Gàlatas costituiva probabilmente l'area originaria di penetrazione delle genti illiriche e traco-tessaliche che si spostarono in questo versante del Mediterraneo. Queste ultime appartenevano forse allo stesso ceppo etnico e portarono con loro le usanze ed i costumi delle regioni di provenienza. Molte sono le corrispondenze toponomastiche ed antroponomastiche che sono state riscontrate fra le due sponde dell'Adriatico per indurre a concepire una medesima matrice culturale. Non è escluso che alcuni particolari culti furono importati nel Salento dai suddetti colonizzatori, che esercitarono una certa influenza culturale e religioso sulle popolazioni autoctone. Sono importanti da considerare a questo proposito le dediche a Thaotor (nume illirico) nella Grotta della Poesia a Roca Vecchia, le numerose iscrizioni messapiche in onore di Zavadios (teonimo che ricorda lo Zeus ellenico), di Aprodita (Aphrodite), di Mandhias o Menzanas (il sacro cavallo illirico) ed i siti cultuali dedicati a Damatra e Grahia (dee delle messi), a Thana Sasynide, al dio della luce Bàlakras, ad Artemis Bendis (i più importanti dei quali furono rinvenuti presso Torricella e nel luogo dove si trova adesso la cappella della Madonna d'Altomare, sulla costa vicino Campomarino in prov. Di Taranto). Molti di quei culti erano di origine traco-illirica ed alcuni di essi (quelli di Bàlakras e di Bendis) erano già penetrati in Beozia, Eubea e in Attica, prima di approdare nel Salento.
Tornando a parlare delle corrispondenze etimologiche tra le due sponde dell'Adriatico, l'idronimo Asso, che denomina il canale o corso d'acqua che sicuramente una volta scorreva nei pressi di Gàlatas, non distante dall'antica Galathena, potrà avere avuto una derivazione macedone dal fiume Axios, il quale, secondo Euripide nelle Baccanti, era attraversato da Dioniso per recarsi sul colle Prieria nei pressi dell'Olimpo per onorare insieme alle adepte del suo culto ed alle instancabili Menadi, sue fedeli servitrici, i riti bacchici che tanto furore ebbero in varie parti dell'Ellade, incluse anche le sue regioni a nordiche.
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È molto probabile, dunque, che insieme all'immissione di nuove mode e costumi popolari ad opera dei colonizzatori balcanici, ci furono anche infiltrazioni di culti misterici in seno ad alcune aree del Salento centro-meridionale. E se la Tessaglia è da considerare uno dei paesi d'origine dei colonizzatori di quell'epoca, non si può disconoscere l'importanza che alcune usanze religiose ebbero in seno alla loro stessa civiltà. I riti magici ed alcuni miti particolari costituivano un importante elemento di coesione sociale e, a volte, erano alla base dell'identità etnica di interi agglomerati tribali. Non è da escludere, quindi, che Asclepios (dio della medicina) fosse una divinità molto seguita da queste parti. Il suo culto potrebbe essere stato importato da alcuni immigrati tessali provenienti da Trìkala (l'antica Trìkkis, patria del famoso nume).
Anche Dioniso sarà entrato nelle pratiche rituali e divinatorie del Salento al seguito delle popolazioni che le avranno introdotte con tutti i loro risvolti magici, misterici ed iniziatici. Non ci sono documenti validi che testimoniano l'autenticità di quel culto ma è pur vero che alcuni studiosi di epigrafi messapiche hanno riportato che furono rinvenute laminette d'argento dedicatorie, depositate insieme ai defunti all'interno delle tombe di quell'epoca. E quella, secondo alcuni esegeti di antiche ritualità, era un'usanza prettamente demandata agli iniziati orfici, dionisiaci e pitagorici che pensavano che, una volta morti, avrebbero avuto la possibilità, grazie al loro vademecum, di evitare il mare dell'oblio e di varcare quello della rimembranza attraverso il quale avrebbero trovato la vita beata, lontana dalla peregrinazione del nascere, dagli affanni e dalla miseria terrena dell'essere.
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Euripide scrisse nelle "Baccanti" che il processo rituale era molto cruento. L'iniziato, vestito con una tunica di lino fino ai piedi, una mitra, ossia una rete che avvolgeva tutte le chiome, portava in mano un tirso d'edera, un nastro colorato sulla frotte che cingeva i capelli e addosso una pelle macchiata di cerbiatto. Egli chiedeva al dio la purificazione ed un premio per l'altra vita. Dopo un estenuante festeggiamento in preda ai fumi del vino sacro, dove il postulante si riversava per terra diverse volte e danzava circondato dalle sfrenate Baccanti che si contorcevano e scuotevano la testa all'indietro, eccitate dall'effetto inebriante del nettare di Bacco, veniva liberato un grosso capro, incitato a correre per i declivi; l'iniziato gli andava dietro affannosamente, ormai abbastanza ebbro di quella poderosa sostanza alcolica; dietro, a una certa distanza, lo inseguivano le Menadi, scatenate e vogliose di sangue e dietro ancora le Baccanti, mai sazie di sfrenatezze e piacere carnale.
Dopo un lungo percorso alla rincorsa del capro spaventato, l'aspirante all'iniziazione cadeva per terra esausto e privo di forze. Poco dopo, le Menadi lo raggiungevano e, dopo aver catturato il capro, lo portavano all'altare del sacrificio. In questo caso non era lui il sacrificato ma il capro che espiava le sue colpe. Esso, dopo essere stato immolato in onore del dio, veniva smembrato e mangiato avidamente dalle feroci Baccanti, che completavano il rito. Con questo atto, si ricordava la fine sacrilega che ebbe il dio ad opera dei Titani, alleati di Era, sua potente nemica. Dioniso visse ugualmente nel ricordo del rito propiziatorio ed il suo culto si diffuse ampiamente in diverse terre del Mediterraneo. Lo stesso Euripide argomentò che fu venerato come figlio della tebana Sèmele e di Zeus; ma furono le regioni della Lidia e della Frigia che raccolsero per prime il suo mito e lo venerarono fedelmente. Lì lo considerarono figlio prediletto della dea madre Cybele, della Potnya mediterranea, divinizzando ancora di più le sue origini. Collaterale al culto di Dioniso, c'era anche quello di Pan con i suoi fauni e satiri che non disdegnavano di prendere parte ai vari riti misterici.
Per concludere con le suggestive corrispondenze etimologiche del nome della città, che dire poi dello stesso toponimo che evoca anche la famosa ninfa acquatica Galatea, una delle cinquanta Nereidi, fra le cui sorelle sono note Anphitrite, sposa di Oceano, e Tetide, madre del pelide Achille. Ed infine, riferendosi alle tradizioni del tarantismo galatinese, potrebbe essere interessante valutare il nesso semantico che esiste fra il termine greco galeòtes, che è tradotto con il significato di tarantola, con le origini storiche del fenomeno rituale della tradizione di questi luoghi. Tali supposizioni andrebbero comunque verificate in un ambito più prettamente scientifico.
Secondo gran parte degli studiosi, Galathena, Sallentia e Gàlatas rimangono avvolte nel loro mistero. Non molto è stato fatto comunque per restituire a questi importanti insediamenti messapici un'adeguata dignità che avrebbe potuto far parlare di loro come di grandi città della famosa Dodecapoli Messapica.
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