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Le donne di Messapia

 

Alcune singolari caratterizzazioni femminili, evidenziate in multiformi scene pittoriche e descritte da diversi autori classici, veicolano, a tratti, l'idea di una donna affrancata dal suo millenario ruolo di subalternità e di sottomissione all'elemento maschile. Potrebbero, pertanto, sorgere dubbi su una tale tipizzazione in un'epoca storica tanto remota; ma l'ambiente così delineato può certamente riferirsi ad un importante aspetto della cultura epicorea dell'antico Salento. Le documentazioni archeologiche e le numerose iscrizioni epigrafiche ci rivelano alcuni segreti di un mondo in cui la donna aveva senz'altro un ruolo molto importante e certamente molto meno subordinato di quanto si possa immaginare. Le informazioni dedotte ci rivelano diverse sfaccettature dell'ambito femminile che offrono allo studioso di oggi interessanti profili culturali di un'epoca intrisa di misteriosi costumi ed usanze che furono alla base di una vera e propria civiltà, quella messapica. All'apice della scala sociale c'era la donna di alto rango che godeva a pieno titolo dei diritti di cittadinanza e poteva anche assurgere a rilevanti cariche politiche e diplomatiche nel quadro delle giurisdizioni locali o di quelle confederate. È comunque ampiamente condiviso che essa svolse diversi ruoli e varie funzioni in seno alle organizzazioni tribali dell'intero territorio salentino. Fu quindi reggente, principessa, eroina, ambasciatrice, cavallerizza, amazzone, sacerdotessa, vergine consacrata alla dea

 

Thana Sasynide, al dio Bàlakras di Sallentia, a Thàotor, ad Artemis Bendis o ad altre venerate divinità; ma fu anche una donna comune, che si dedicava alla cura del proprio focolare domestico o alle diverse attività quotidiane che riguardavano comunque l'ambito familiare. Non era insolito, però, che la stessa donna, che fungeva da amministratrice della casa, da mamma e compagna dell'uomo, fosse chiamata a compiere anche pesanti lavori nei campi e in altri settori produttivi in forma autonoma insieme al marito o alle dipendenze di ricchi possidenti che altrimenti non avrebbero potuto espandere le proprie attività economiche. In Messapia non esistevano veri e propri schiavi o erano talmente pochi che non costituivano certamente un fenomeno sociale da prendere in considerazione. La formazione della composita etnia messapico-salentina, come diversi autori classici e moderni hanno riferito, fu il risultato di un lungo processo di aggregazione che si concluse verso il V sec. a.C., dopo una lunga e stratificata colonizzazione che dall'età protostorica e quella del ferro si protrasse nei secoli successivi fino a quando non fu raggiunto un adeguato livello culturale ed amministrativo che sancì la nascita di una vera civiltà autonoma. L'originario ceppo etnico peninsulare si fuse nel tempo con l'elemento cretese-miceneo, poi con quello illirico-japigio, ed infine con le diverse genti elleniche provenienti delle sponde orientali e dalle isole del Mare Jonio. Durante la prima fase, i precedenti abitatori della penisola salentina, sottomessi dai nuovi arrivati, furono probabilmente tratti in schiavitù; ma con il passare delle generazioni, anche essi trovarono il modo di essere liberati dal loro stato di inferiorità e di prendere parte attiva e in condizioni di parità alla vita sociale delle nuove entità territoriali.

 

 

È pur certo che maestranze specializzate autoctnone e straniere siano state impiegate per la realizzazione di grandiosi monumenti, ma è altrettanto ammissibile che numerosi manuali locali che svolgevano umili lavori a pagamento erano utilizzati a tale scopo e fra questi non erano ovviamente risparmiate le donne che assolvevano compiti ausiliari, ma pur impegnativi al fianco degli uomini. Il lavoro manuale delle donne, che, di solito, facevano parte di nuclei familiari meno abbienti, era considerato encomiabile ed accettato dalla società del tempo. Esse erano ripagate in porzioni di grano, olive o altri generi di primario consumo. In questo modo, i membri delle classi sociali più povere, privi di risorse essenziali per condurre una vita decorosa, attendevano con piacere l'inizio di grandi opere perché rappresentavano per loro un sicuro sostentamento per tutto il tempo che occorreva alla loro ultimazione. Le classi dominanti erano, invece, costituite dalle famiglie più nobili delle comunità messapiche, i cui capostipiti si erano distinti nelle epoche precedenti sia per meriti di guerra sia per importanti ruoli politici ricoperti. Essi si assicuravano in tale modo il totale rispetto della popolazione e un'abbondante fortuna economica. Quell'antico assetto sociale non escludeva comunque dai benefici le famiglie emergenti che potevano trovare un giusto collocamento all'interno delle comunità grazie alle benemerenze di alcuni loro esponenti. Si può, quindi, rilevare che esistevano diverse tipologie di donne caratterizzate dal loro ceto sociale; tutte, però, erano parte integrante di un'etnia al cui vertice c'era il wanax o curione che aveva il compito precipuo di salvaguardare la concordia e la pace fra la sua gente. Nel quadro generale della civiltà messapica, il modus vivendi delle donne di famiglie povere era quindi condizionato dallo strenuo lavoro

 

che esse erano tenute a compiere perché costrette dalla precarietà economica del loro ambiente particolare; mentre, molto più allettante era invece l'ambiente nel quale vivevano le figlie e le consorti di abili artigiani, di ricchi fattori o grandi allevatori. Esse potevano assumere la loro parte di comando all'interno delle attività familiari e impartire ordini ai braccianti che lavoravano presso di loro. Le fanciulle di alto rango erano le vere elette dalla fortuna, poiché il loro stato era talmente riverito che potevano permettersi ciò che a molte altre era proibito. Esse potevano dedicarsi alle attività ginniche, come le donne di Sparta, e potevano prendere parte ai diversi consessi alla presenza di uomini, senza essere marchiate con l'epiteto di donne di facili costumi. L'alto lignaggio permetteva loro di condurre uno stile di vita più appagante e concedeva aspettative coniugali che ben si uniformavano con le prerogative dinastiche della propria stirpe. Ogni capo famiglia della classe dominante contemplava quindi unioni fruttuose e foriere di prolifica prosperità per le proprie discendenti. Menandro nel "La fanciulla dai capelli corti", ci rappresenta l'engyesis, fra il kyrios, in questo caso il padre della sposa, e il pretendente. L'engyesis era essenzialmente un accordo, una convenzione orale, ma solenne. I due contraenti si scambiavano una stretta di mano e qualche frase rituale molto semplice. Si trattava, quindi, di una promessa di matrimonio molto vincolante che creava già solidi legami fra il pretendente e la futura sposa. Era necessario inoltre che tale accordo fosse stipulato alla presenza di testimoni che legittimavano l'esito di quella convenzione orale. Il padre di famiglia aveva diritto assoluto sulla sorte dei figli prima del matrimonio e poteva anche venderli senza essere tacciato per questo di dovere improprio verso la prole.

 

 

Questa pratica era molto diffusa anche in varie regioni elleniche e nei territori balcanici prospicienti la penisola messapica. Dal V sec. a.C. in poi era lo sposo che riceveva la ricca dote nuziale secondo le diffuse usanze dell'epoca; probabilmente l'esistenza della dote serviva a distinguere un matrimonio legale da un contratto con una concubina. In età omerica invece era il pretendente che offriva doni al suocero divenendo tale atto un vero e proprio contratto di acquisto della figlia. La cerimonia dell'engyesis si svolgeva presso l'altare domestico attribuendo in questo modo a tale evento una sacralità ed una solennità che suggellavano l'importante pronunciamento. Secondo le informazioni di Demostene in "Contro Boeto" e in "Contro Afobo", il padre del giovane in età di matrimonio gli sceglieva per sposa colei che meglio di altre avrebbe potuto dargli dei nipoti sani e belli. È evidente che in questi casi egli sceglieva la moglie per il figlio in famiglie ricche o benestanti che avrebbero garantito una considerevole dote alla propria figlia. Non era inusuale che un giovane sposasse una componente della stessa famiglia, prima cugina o sorellastra, per non depauperare le risorse familiari e meglio conservare il proprio patrimonio. Dal profilo rituale, dopo l'engyesis, si passava alla consegna della donna allo sposo, ma era la consumazione del matrimonio che offriva la garanzia allo sposo e alla sua famiglia che la donna ricevuta in moglie aveva conservato la verginità fino a quel momento ed era quindi pronta a generare figli legittimi che avrebbero dato calore e fortuna alla propria casa. Secondo la tradizione di molti popoli autoctoni e secondo quanto ci riporta Plutarco nel "Dialogo sull'amore", il giorno delle nozze (gamos) si teneva un banchetto e un sacrificio nella casa del padre della sposa.

 

Quest'ultima era velata, con una corona in testa, ed era circondata dalle sue amiche e al suo fianco stava la ninfeutria, una donna che la guidava e assisteva nella cerimonia del matrimonio. Il pasto includeva cibi tradizionali e i dolci di sesamo erano garanzia di fecondità. Il festoso avvenimento si concludeva con l'offerta dei doni da parte degli ospiti e la sposa poteva a quel punto togliersi anche il velo. Anche da sposata, la donna messapica di alto lignaggio disponeva di un grande margine di libertà e poteva continuare a coltivare le sue passioni giovanili. Come abbiamo già accennato, essa poteva anche svolgere attività fuori dal tetto coniugale e prendere parte ai riti religiosi che si svolgevano durante l'anno. I lavori di casa, erano demandati a donne di servizio che, di solito, vivevano all'interno della struttura familiare. Nel caso la donna di casa fosse in periodo di gravidanza, ella conduceva una vita più ritirata fino al parto. In Atene, invece, le donne rimanevano nei ginecei che non erano chiusi a chiave (tranne la notte), ma erano privi di finestre con grate, anche se il costume era sufficiente per trattenere le donne in casa. Affermava Euripide nella "Medea": - una donna deve stare in casa; la strada è per la donna da nulla -. Durante le tesmoforie (riti religiosi in onore di Damatra), non c'era comunque distinzione di casta; tutte le donne, a prescindere dal loro ceto sociale, partecipavano alle processioni con in mano le torce crociate e le varie offerte che portavano alla dea della fecondità intonando inni propiziatori. Un luogo di culto molto rinomato in Messapia era quello che si trovava a ridosso della prima cerchia muraria di Orra. Lì confluivano pellegrini non solo della zona ma anche di altri insediamenti della penisola salentina.

 

Per le usanze messapiche e per quelle di gran parte delle società autoctone e magnogreche, un marito aveva comunque il diritto di ripudiare la propria moglie, quando questa si macchiava del reato di adulterio o di azioni diffamatorie nei suoi confronti. La sterilità era anche considerata causa di ripudio, perché l'uomo che l'aveva sposata aveva il diritto di garantire la continuità della propria famiglia e se ciò non avveniva egli la rimandava al padre con la dote. Nelle famiglie più povere quest'ultimo particolare agiva da freno, poiché il più delle volte le precarie condizioni economiche impedivano di restituire la dote della donna ripudiata. Per il costume ateniese la migliore delle donne era quella della quale gli estranei parlavano meno, sia nel male sia nel bene. Per la sua buona reputazione era consigliabile di non uscire quasi mai da casa anche se Gorgia sembrava mostrare maggiore finezza quando asseriva che non era l'apparenza ma la sostanza che faceva di una donna la degna compagna di un uomo. Alle donne ateniesi era vietato persino di accedere all'androon (luogo frequentato dai soli maschi). Durante e dopo la Guerra del Peloponneso, i costumi femminili cambiarono anche nella capitale attica. Pericle ripudiò la moglie, dalla quale aveva avuto già due figli, per congiungersi all'intelligente e colta Aspasia di Mileto. Essi fondarono un vero e proprio circolo culturale composto da donne e uomini che si riunivano di tanto in tanto per festeggiare o dibattere argomenti interessanti. Pseudo-Demostene in "Contro Neaira" descrive una società abbastanza aperta per i suoi tempi: - "Abbiamo le cortigiane per il piacere, le concubine per le cure quotidiane, le mogli per darci dei figli legittimi ed essere le custodi fedeli delle nostre case".

 

 

Nel "Lisistrata" (411) e "Le donne in assemblea" (392), alcuni ateniesi pensavano che le cose sarebbero andate meglio se le donne avessero determinato le scelte politiche al posto dei loro mariti. Nell'ultima commedia citata, Aristofane contrapponeva il tranquillo tradizionalismo delle donne alla mobilità inquieta e innovatrice degli uomini e concludeva che le pratiche femminili sono migliori di quelle maschili. Per quanto riguarda, invece, il mondo delle cortigiane, anche in Messapia ci saranno state vere e proprie mestieranti dell'amore che avranno esercitato comodamente il loro lavoro in località portuali. A Brention, Hodrum, Anxa-Kallipolis, Naunia, Thuria Sallentinae o in prossimità di altri approdi lungo le frequentatissime rotte a piccolo cabotaggio della penisola salentina, alcuni ritrovi del piacere avranno ospitato ricchi mercanti di passaggio o persone comuni che non disdegnavano di trascorrere un po' di tempo in dolce compagnia. A fare parte di questo mercato erano sicuramente donne ripudiate o molto povere da non potersi permettere alcun'altra risorsa o anche donne che erano state prelevate alla loro nascita, allorquando il genitore le aveva esposte al di fuori della casa su di un paniere o un cesto, perché indesiderate. C'era chi sapeva distinguere fra le neonate chi sarebbe diventata bella da adulta e questo fatto determinava il loro destino amministrato da un'esperta meretrice, che le sfruttava finché esse non avevano riscattato l'adozione volontaria da parte di colei che le aveva raccolte ed aveva provveduto al loro mantenimento fino all'età di quindici anni. Mentre le più fortunate a quell'età prendevano marito, esse erano invece costrette a una vita di prostituzione. Dopo un certo periodo, le prostitute acquistavano la libertà e si mettevano in proprio. Alcune di loro diventavano molto ricche e talvolta sposavano uomini di grande potere.

 

 

Per aggraziarsi i favori delle autorità politiche e religiose, i tenutari delle cosiddette case di prostituzione offrivano una parte dei loro profitti per contribuire all'erezione di alcuni templi dedicati ad Aprodita (l'Aphrodite messapica) o ad altre divinità protettrici dell'arte amatoria. Il culto di Aprodita, dea dell'amore, era molto diffuso in Messapia, ma anche quello di Thana o Athana (dea dell'ingegno), di Arthemis Bendis, Arthemis Agrogora, Damatra e Grahia, divinità della fertilità e della riproduzione. Chissà quante volte le donne di Messapia avranno pregato Aprodita e le altre dee per meritare un buon matrimonio ed una sana prole? L'universo della donna messapica, delineato in base ai tanti documenti epigrafici e raffigurativi, è assai complesso ed è lungi dall'essere esplorato esaustivamente; ma, ogni sforzo esegetico che si compie e ogni frammento di informazione che si aggiunge costituiranno nel tempo un importante apporto sulla strada della conoscenza di un così interessante aspetto delle origini culturali del nostro Salento.

 

Prof. Fernando Sammarco

Autore de " I LEONI DI MESSAPIA"