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Galatina basilica di S. Caterina d'Alessandria cenni artistici e architettonici
facciata di S. Caterina D'Alessandria (foto Antonella Perrone)
photo: Antonella Perrone
coro ottogonale - centoafio
photo: fotoclub L'Occhio
chiostro della basilica di S. Caterina
photo: fotoclub L'Occhio

La basilica di Santa Caterina d’Alessandria, monumento principe di Galatina, si affaccia su piazzetta Raimondello Orsini.

L’esterno della basilica è di chiaro stile romanico. La facciata triscupidata, un tempo affrescata con scene della crocefissione di Gesù Cristo come si può ricavare da alcuni bozzetti di Pietro Cavoti custoditi nel museo comunale, è abbellita da un rosone centrale, da due rosoncini laterali e da un bel portale di stampo orientale sormontato da un bassorilievo con Gesù e i dodici apostoli.

L’interno della basilica è di stile gotico con gli archi a tutto sesto e si richiama un po’ alla basilica superiore di Assisi. Le pareti ed i soffitto sono completamente affrescati da pittori probabilmente di scuola napoletana anche se, in alcune pitture, affiora il gusto giottesco mediato dall’influenza bizantina dei pittori locali.

Esistono diversi strati di affreschi; quelli che oggi possiamo vedere si riferiscono al periodo che va dal 1417 al 1446 cioè al periodo che coincide con il ritorno a Galatina di Maria D’Enghien rimasta vedova di Ladislao Durazzo, re di Napoli, sposato in seconde nozze nel 1406 dopo la morte del primo marito Raimondello Orsini Del Balzo che volle la costruzione della chiesa, del convento e dell’ospedale.

Nella navata centrale, nella prima campata, sia sul soffitto formato dalle vele sia sulle pareti è rappresentata la storia dell’Apocalisse scritta dall’evangelista Giovanni con chiari riferimenti alla vita della committente Maria D’Enghien. Nella seconda campata, sulle vele, è rappresentata una allegoria della Chiesa ed i Sacramenti, mentre sulle pareti è rappresentata la Genesi. Nella terza campata mentre sulle vele sono raffigurati angeli, arcangeli, cherubini e serafini, sulle pareti è affrescata la vita di Gesù. Nella quarta campata, quella che forma il presbiterio sopraelevato, sono disegnati i quattro evangelisti ed i dottori della Chiesa sulle vele mentre sulle pareti la vita di Santa Caterina d’Alessandria. Sul lato destro del coro ottagonale, iniziato nel 1450 e terminato nel 1460, è collocato il cenotafio di Raimondello Orsini Del Balzo mentre in fondo al coro quello del figlio Giovanni Antonio.

Anche i due deambulatori e le due navate laterali sono ricchi di affreschi di Santi e Madonne; in particolare sulle pareti della navata destra è rappresentato il ciclo mariologico con diversi spunti presi dai vangeli apocrifi.

Fanno parte del tesoro della basilica, oltre alle 128 reliquie di Santi custodite in preziose teche, un dito di Santa Caterina staccato alla Santa mummificata con un morso da Raimondello Orsini nella chiesa sul monte Sinai in occasione di un pellegrinaggio, una costola di S. Biagio, il braccio di S. Petronilla (figlia di S. Pietro), una parte del teschio di S. Andrea, i denti di S. Donato ed una mammella di Sant’Agata sottratta dallo stesso alla cattedrale di Gallipoli e portata a Galatina. La reliquia è ancora oggi reclamata dai gallipolini.

Il tesoro è costituito anche da un minimosaico bizantino di tessere dorate di cui esistono due sole copie al mondo, da un calice d’argento dorato con dei pregevoli ricami , una Madonna della Rondine in alabastro opera del maestro napoletano Tino da Camaino.

Il chiostro, ricostruito alla fine del XVII secolo con il quadriportico così come oggi abbiamo la possibilità di osservare, fu ingentilito da pitture raffiguranti scene dell’epopea francescana. Queste pitture di fra’ Giuseppe da Gravina del 1695 furono l’ultimo ciclo di pittura fatta in questo magnifico scrigno dove sono nascosti altri gioielli che speriamo di rivedere un giorno riportati al loro antico splendore originario dal limbo in cui attualmente si trovano. Un esempio su tutti l’originale coro ligneo del XV secolo con impresso lo scorpione simbolo di Maria D’Enghien dimenticato in una stanza del convento; lo stesso locale che per anni ha custodito il Tabernacolo di fra’ Giuseppe oggi recuperato, dopo il lungo abbandono, ed esposto alla visione dei fedeli.

autore: <Raimondo Rodia> impaginazione: <Bruno De_Riccardis>