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Gallipoli architettura
civile nel borgo antico il palazzo Balsamo
Probabilmente il palazzo apparteneva alla famiglia Pirelli e giunse a
Carlo Balsamo barone di Cardigliano e San Nicola dei Caraccioli per il
matrimonio che contrasse con la nobile Aurelia Pirelli, figlia del barone
di Neviano Antonio.
Maestoso il portale cinquecentesco con superstiti avanzi nella volta lunettata
e nell'atrio d'ingresso. All'originaria struttura appartenevano anche
le quattro finestre di prospetto sul portone, le cui paraste assomigliano
alla parrocchiale di Tutino ed anche al portale di palazzo Vinci a Parabita.
Questa finestratura inquadrava nelle paraste una elegante centinatura
modonata ad ovoli come ancora oggi si può vedere nell'architrave
del portale. Il palazzo ebbe un grandioso ampliamento con Carlo Saverio
Balsamo barone di Specchia e poi Marchese con diploma di Ferdinando IV
di Borbone del 24-6-1797 il quale acquista la proprietà del Venneri
figlio di Lucrezia Pirelli e coniugato con Orsola Balsamo. Egli comprò
anche la parte che apparteneva al sacerdote don Zacheo estendendo il palazzo
su via Incrociata, sistemando inoltre il prospetto su via Antonietta De
Pace. Venne realizzato, sempre in quel periodo, un secondo cortile dove
c'è lo scudo araldico della famiglia Balsamo e la data A.D. 1781.
il palazzo Pantaleo
Questo palazzo è stato costruito nel XVI secolo. Originale del
tempo è il portale di chiara influenza Catalano Durazzesca e la
volta festonata al piano superiore, mentre ai primissimi anni del XIX
secolo risale la balaustra montata su graziose mensole sull'angolo destro
del prospetto, con le colonne di stile barocco ripetute lungo la rampa
delle scale del cortile d'ingresso .
Sappiamo che il palazzo appartenne a Francesco Oronzo Pantaleo dei baroni
di Oleastro qui giunti da Taranto e Nardò. Egli sposò Giovanna
Mongiò il 30-5-1699. Successivamente le sorelle Mongiò di
S. Pietro in Galatina ebbero in eredità il palazzo che, nel XIX
secolo, appartenne al principe Luigi Dentice di Napoli. Questi lo alienò
al commerciante napoletano Gaetano Palmentola che vi stabilì la
propria abitazione e casa per il commercio dell'olio. Inoltre il palazzo
fu sede del vice consolato di Svezia e Norvegia, che avevano una sede
in città data l'importanza del porto di Gallipoli per il commercio
dell'olio.
il palazzo Munittola
Il palazzo, risalente ai primi anni del XVII secolo, appartenne alla
famiglia Munittola. Lo stemma rappresenta l'arma della famiglia che campeggia
in alto sopra una colonna all'angolo sud del palazzo. Con questo stemma
si voleva dimostrare una nobiltà che questa famiglia, per quanto
ne sappiamo, non aveva anche se si imparentò con i Pirelli, i Balsamo,
i Camaldari, ed i Sansonetti .
Il palazzo esibisce quattro paraste di stile dorico- romano due nel prospetto
bugnate e due di scena, montate originariamente su plinti, resegati forse
per consentire un traffico più agevole nella stretta strada. Il
tutto poggia su di una trabeazione corniciata di stile dorico con inserimento
nelle metope di gigli araldici e di rosoni.
il palazzo Rocci
Alla famiglia Rocci appartenne gran parte dell'isolato comprendente l'attuale
palazzo comunale e l'ex palazzo Arlotta. Interessante sapere che quello
che l'attuale sede municipale, in occasione di uno dei tanti passaggi
di proprietà, in particolare quando lo stabile passò da
Giuseppe Rocci a Girolamo Massa, è descritta minuziosamente dal
notaio Piccioli nell'atto pubblico rogato il 2-1-1779. Il palazzo conteneva
circa settanta quadri distribuiti in più di quindici stanze ed
inoltre aveva una loggia scoperta, colonne, cantine, trappeto, carrozze,
cortili coperti, stalla, un pozzo, una pila. Nell'ingresso sud vi è
una scala che si divide in due braccia coll'effigie di S. Giuseppe e la
nascita di Gesù. Interessante anche la descrizione che il notaio
fa degli effetti appartenenti alla moglie di Giuseppe Rocci, Francesca
Sylos.
Il palazzo passò poi in eredità alla famiglia Manieri di
Nardò, quindi agli Arlotta che fecero costruire l'attuale prospetto
neo classico su via Garibaldi ed ad altri proprietari come i Doxi-Stracca,
i Balsamo. L'edificio è stato ristrutturato ed ampiamente rimaneggiato
sul finire del XIX secolo dopo l'acquisto da parte del comune di Gallipoli
dall'ultimo proprietario tale Pasquale Personè, con atto del notaio
Domenico Mazzarella del 26-6-1887.
Da notare inoltre l'epigrafe marmorea sul prospetto dell'attuale municipio,
che ricorda l'istituzione della festa del XX settembre proposta in parlamento
dal deputato di Gallipoli Nicola Vischi.
il palazzo del Capitolo
Il palazzo aveva una tipologia costruttiva sviluppatasi in pieno XVIII
secolo con la loggia ed il mignano mediati da elementi barocchi che si
esprimono attraverso le finestre e che riprendono motivi borrominiani
che tanto cari erano a Mauro Manieri ed Achille Larducci.
Il palazzo fu commissionato nel 1750 dal Capitolo della Cattedrale di
Gallipoli ad Adriano Preite da Copertino, architetto del seminario e di
palazzo Doxi. L'architetto con 1050 ducati disegnò e costruì
l'edificio sul luogo delle dirute case di Antonio Occhilupo l'attuale
via Bosco.
Il palazzo sul finire del XIX secolo passò alla famiglia Portone
che, nel 1926, lo ristrutturò nelle forme che oggi vediamo, rimaneggiandone
l'interno, saturando con nuove costruzioni il cortile e scomponendo il
mignano del quale oggi resta lo stemma lapideo del Capitolo alludente
al sacrificio della santa patrona Agata, il cui seno venne strappato da
crudeli tenaglie avvolte da due pietosi rami di palma simboli del martirio
della santa.
il palazzo Pizzarro
Il palazzo che è situato in via Corrado Spagna, eroico medaglia
d'argento, morto nei campi di battaglia della prima guerra mondiale alla
cui famiglia era appartenuta la proprietà agli inizi del '900.
Il palazzo appartenne alla famiglia Pizzarro che ebbe con Benedetto anche
un governatore nella città di Gallipoli. Appartenne anche ai Cacciatore,
ai Perrella (quest'ultimo un negoziante di Positano che qui si trasferì
sposando Teresa Romito). Sicuramente fu anche dei De Massa ai quali appartiene
probabilmente lo stemma gentilizio.
Il palazzo risulta interessante poiché esibisce un portale rinascimentale
a semi colonne bugnate con trabeazione dorica montata su di una cordonatura
a toro appartenuta probabilmente ad un precedente portale durazzesco.
L'opera però sembra derivante da canoni rinascimentali cari al
Vignola databili ai primi anni del '600 di cui rimangono alcuni esempi
in provincia con i portali dei Palazzi Dellanos a Galugnano, Brancaccio
a Ruffano nonché in un altro anonimo di Torrepaduli. Il palazzo
fu ristrutturato nel XVIII secolo, forse in concomitanza del passaggio
della proprietà ai De Massa, con la costruzione della scalinata
d'accesso lungo il muro di prospetto, su cui venne realizzato un bel balcone
in stile barocco dalla robusta sagomatura con loggia e ballatoio di ingresso
al primo piano.
il palazzo Calò
Alla famiglia Calò appartenne il palazzo recentemente restaurato
e destinato a fungere da moderna "pensione" con affaccio sul
porto di Gallipoli. Il palazzo ha un bel cortile con fregi, balconi, affacci
e ballatoio con interessanti inserti e modonature in carparo tanto che
molti, compreso lo storico Liaci, pensano alla mano del celebre architetto
Mauro Manieri del quale si conserva un lungo epistolario depositato presso
la biblioteca provinciale. Tra l'allora proprietario Calò ed il
celebre architetto leccese si favoleggia addirittura una parentela tramite
la moglie.
il palazzo Tàlamo
Saverio Talamo trasferitosi nella prima metà de XVIII secolo,
con la moglie Celestina Ferraroli a Gallipoli, provenenedo da Napoli ove
era nato, qui condusse una prosperosa attività commerciale legata
all'olio e stabilì la propria dimora tra via Zacheo e via Incrociata
. La famiglia Talamo fu la prima ad imparentarsi con la nobiltà
locale provenendo essa da una famiglia borghese, lo fecero con le due
figlie di Saverio, Giuseppa che sposò Francesco Munittola e Clarice
che sposò Giovan Battista De Tomasi . Del Palazzo colpiscono il
prospetto su via XXIV Maggio con loggia e bifora soprastante il portone
e il balcone in via Zacheo con stupende mensole a cornice con mascheroni
apotropaici.
il palazzo D'Ospina
La famiglia D'Espina si stabilì a Gallipoli nel 1564 con Hernando,
gran capitano e governatore della città. Sposata Elisabetta Altese
e volgarizzato il cognome in D'Ospina fece costrure il palazzo nel luogo
detto S. Angelo, attualmente largo e via Antonietta De Pace.
Il palazzo venne acquistato nel 1774 da Giovanni De Pace coniugato con
Chiara Rossi che ristrutturò completamente l'edificio, riempiendolo
di stucchi alla veneziana sia sul prospetto principale che negli interni,
facendone un esempio di signorile dimora borghese a cavallo tra il XVIII
ed il XIX secolo.
In questo palazzo ebbero i natali, da Gregorio figlio di Giovanni De Pace
e Luigia Rocci Cerasoli, il due febbraio 1912 Antonietta De Pace, celebrata
eroina risorgimentale e nel 1815 Maria Rosa che legò il nome alla
causa comune sposando Epaminonda Valentini. Entrmbi sono caduti per l'unità
della patria.
il palazzo Zacheo
Il palazzo pervenne a Luca Tommaso Zacheo, di Giuseppe e Aurelia Doxi-Stracca,
come dote per il matrimonio contratto con Donata Rossi come risulta dal
registro della popolazione di Gallipoli del 1822.
L'edificio era confinante con la proprietà Calò e Raymondi,
con il prospetto settecentesco con l'attuale via Roncella, con balconata
e veranda barocca, con rampa di scale interno e ballatoio d'ingresso.
Interessante in questo palazzo è il salone al primo piano con la
volta lunettata di tipo composito a botte con teste di padiglione, con
due archi a tutto sesto, decorata a grottesche e festoni di chiara derivazione
settecentesca. Noi, però, la datiamo al primo trentennio del XIX
secolo per la presenza di alcune scene mitologiche con figure bianche
su fondo nero mutuato dal " le antichità di Ercolano"
il cui volume vide la luce nel 1792 .
La prima di queste immagini è riferibile ad una sorta di apologia
della virtù maschile quella del capo famiglia il quale, rifuggendo
dalle tentazioni del genio del male (che si intravede sulla sinistra)
che irrimediabilmente lo porterebbero verso il vizio rappresentato da
Sileno, che passò la sua vita ad ubriacarsi, conserva invece il
suo corpo e la sua mente cui sopraintende Esculapio, con il cane ed il
gallo a lui consacrati con Mercurio, particolarmente venerato dai commercianti,
per facili e grossi guadagni per la prosperità della famiglia.
Di fronte naturalmente la versione mitologica del detto "il diavolo
fa le pentole ma non i coperchi". In questo caso parliamo della virtù
femminile quella della moglie sopra un masso a significare fermezza nel
carattere, viene insidiata dal diavolo che per completare la sua opera
di genio del male porta con sé il coperchio mancante della pentola
da lui sapientemente costruita, quindi si intravede il corvo portatore
del messaggio che mostra fedeltà e zelo al suo padrone Apollo spiegando
il tradimento di Caronide, sua amante, con Ischi l'arcade figlio di Elato.
Raffigurazioni che richiamano la committenza borghese operata da una famiglia
ricca grazie all'attività commerciale. Il palazzo infatti nel 1832
era tenuto in affitto da commercianti francesi Carlo Gruat ed Alberto
Cartanaf. Dopo la morte di Donata Rossi, moglie dello Zacheo, ritornò
di proprietà di Achille Rossi che lo vendette al genovese Angelo
Maglione e a Filippo Perella di Piana di Sorrento entrambi commercianti
di olio uno suocero e l'altro genero per aver sposato l'unica figlia Eugenia
alla quale va attribuita la committenza dell'opera prima descritta .
Attualmente è abitata dalla famiglia Foscarini per il matrimonio
di una Foscarini con Giuseppe Perella di Filippo, al quale nel 1893 era
ancora intestata la proprietà del palazzo.
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il palazzo Fontana-Doxi
Costruito attorno agli anni sessanta del XVIII secolo da Domenico Doxi,
ampliando la casa dove egli abitava su un comprensorio di case di proprietà
dei frati francescani. il palazzo rappresenta un significativo esempio
di barocco in città con le sue enormi finestrature econ la balconata
mensolata, opera dell'architetto Adriano Preite da Copertino che apportò
tali modifiche tra il 1752 ed il 1756. Al secolo XIX invece rimanda il
balcone con le caratteristiche mensole realizzate in ardesia di lavagna.
Il palazzo di proprietà nei primi anni del XIX secolo di Vito Valentini
passò a Rosario Fontò e, per successione,alla famiglia Fontana
a cui attualmente appartiene.
Sotto il palazzo esiste una labirintica cantina dove anticamente venivano
raccolte le provviste necessarie alla nobile famiglia ed ai suoi seguaci
e dove si produceva l'olio; infatti qui è ubicato anche un frantoio.
il palazzo Ravenna
I Ravenna erano una famiglia di commercianti oriundi di Napoli che ai
primi del '700 si stabilirono a Gallipoli.
II palazzo, in stile rinascimentale, fu edificato occupando anche la "Corte
dei Ciucci" oggi inesistente, dove sostavano i carretti trainati
dagli asini.
L'edificio, costruito su disegno del architetto gallipolinoGregorio Consiglio
nel 1850, è uno dei più prestigiosi esempi di edilizia neo
classica di committenza borghese.
il palazzo Pirelli
Posto proprio di fronte alla Cattedrale, questo palazzo del XV secolo
ha un portale prospiciente rispetto al prospetto, con due doppie colonne
che richiamano lo stile ionico.
L'arco del portone è delimitato da una semplice fila di bugnato
a punta di diamante. II balcone a bifora con due colonne laterali che
sorreggono i doppi archi; al centro di questi ultimi vi è una stupenda
decorazione, che richiama un bocciolo di una pianta fantastica.
Il palazzo appartenne al ramo della famiglia Pirelli estintasi con Pasquale
nel XVIII secolo .
In una delle sale oggi adibite a farmacia vi è una bellissima decorazioni
a festoni con una interessante chiave di volta che, invece dello scudo
araldico della famiglia, contiene un altorilievo in carparo raffigurante
la Minerva armata sulla sinistra e la dea Fortuna sulla destra reggente
il corno dell'abbondanza col timone con al centro il simbolo della città.
Questo ci porta a pensare che il locale, nel cinquecento, potesse essere
stata la sede del sedile, seggio tocco cioè la sede dell'antico
municipio; infatti nell'arma civica vi è il motto "Nec animusfato
minor" la sapienza e la fortuna sopraintendono al governo della città,
tesi avvalorata dalfatto che nella colonna angolare troneggia sul capitello
una palla di bombarda per ricordare leoffese belliche superate dalla città
con ardore e coraggio.
il palazzo Stevens-Laviano
E' un palazzo settecentesco sito nei pressi della chiesa della Purità.
Al suo interno è possibile ammirare ambienti riccamente arredati
da mobili d'epoca, da quadri d'autore e cimeli di ogni specie, da armi
da fuoco antiche e armi bianche, suppellettili di straordinaria fattura,
come un vaso cinese in bronzo risalente a circa 5000 anni fa.
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il palazzo Zacà
La famiglia Zacà fu tra le più antiche e importanti
di Gallipoli. Nel cortile del palazzo è possibile ammirare
una carrozza perfettamente conservata e tante armi appese ai muri,
lance e armature per cavalli. All'interno vi è una vera e
propria sala d'armi e fra i cimeli spicca un elmo spagnolo appartenuto
a un soldato di Carlo V.
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il palazzo Tafuri
Sito nella via omonima, fu edificato nel XVII secolo con un gusto finissimo
e molto signorile. II portale sfoggia ricchi fregi di stile barocco. Al
di sopra del portale vi è una finestra sormontata a sua volta dallo
stemma gentilizio dei Tafuri, un'antica famiglia di origine greca.
Sull'arco del grande portale è collocata una maschera apotropaica
a mo' di chiave di volta. Ognuna delle finestre e balconi che adornano
la facciata costituiscono sostanzialmente una sovrastruttura realizzata
in carparo con una frangia nappata cadente sui bordi creando una facciata
ricca di bellezza nei fregi della decorazione.
Attualmente il palazzo in forte degrado rischia di crollare facendo perdere
cosi il più bel gioiello dell'architettura gallipolina del 1600,
anche se in verità qualcosa è stata fatta . Attualmente
laproprietà del palazzo è disputata tra gli eredidella famiglia
Renna che acquistò alla fine del XIX secolo il palazzo dai Tafuri
ed il colonello Vittorio Cantù.
il palazzo Briganti
Costruito ad angolo retto, presenta due stili diversi, in quanto il complesso
fu edificato in parte nel '500 e in parte nel '700.
In questo palazzo nacquero e vissero Filippo, Domenico e Tommaso Briganti,
tre giureconsulti del 1700 ricordati da una targa sulla facciata laterale
del palazzo.
Entrambe le facciate sono semplice e armoniose.
L'interno, che presenta uno stato di degrado, conserva ancora qualche
soffitto decorato con pregevoli stucchi, caminetti in stile e porte originali
d'epoca. Degno di nota un altare incassato nel muro, chiuso da due ante
a mo' di armadio e posto in quella che era una delle camere da letto.
Nei sotterranei del palazzo si trova un antico frantoio da cui si può
accedere attraverso una porta sita in via Angeli. II frantoio è
posto sotto il livello stradale, è interamente scavato nel tufo
ed è servito per la molitura delle olive dal 1691 fino alla metà
del XIX secolo.
il palazzo D'Acugna-Granafei
Il palazzo appartenuto alla nobile famiglia dei Vasques D'Acugna e nel
XIX secolo ai Granafei, rientra nei palazzi del '500 di derivazione fortificata
con portale durazzesco.L'androne con arco a goccia montato su plinti con
modanatura baccellata si trova in via A. De Pace ed è noto come
"Palazzo del Governatore", perchè popolarmente si crede
che in questo palazzo risiedesse il governatore spagnolo.
Sulla facciata, all'altezza del secondo piano, si può notare una
lunga scritta incisa su un nastro marmoreo a tratti distrutta dalla successiva
aggiunta di finestre con balconi. Questa scritta era stata dedicata nel
1625 a Filippo IV di Spagna da don Francesco D'Acugna.
Varcato l'imponente portale privo di stemma ma con un portone molto decorato,
è possibile vedere un arco a sesto acuto decorato di stile moresco-spagnolo.
II paesaggio oltre il cortile assomiglia molto ad una piccola "casba",
con i suoi passaggi da una terrazza all'altra, i vari ingressi e le numerose
finestre e i molti piani.
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il palazzo Romito
Il palazzo è uno dei più sorprendenti di Gallipoli
per la sua facciata ricca di fregi e decorazioni. E' sito nel luogo
detto "le monaceddhe" [le monachelle] che sono state ospiti
dello stesso palazzo.
Fu costruito nel XVII secolo e appartenne anche ai Ravenna
.
autore: <Raimondo Rodia>
impaginazione: <Bruno De_Riccardis>
Ringraziamo gentilmente il sign. Elio Pindinelli per l'aiuto
fornitoci ai testi di questa pagina.
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